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di Carlo Aprile  |  Nel calcio, come nella vita, la saggezza popolare ha spesso fatto da bussola. Per anni, attorno alle sorti del Cosenza Calcio, ha aleggiato come un dogma l’antico adagio: “Chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova”. Una massima della prudenza, un invito a accontentarsi del “male minore”, identificato di volta in volta con salvezze agguantate per i capelli, riammissioni, gestioni oculate ma prive di guizzi e un galleggiamento perenne nei bassifondi, pur di non rischiare il salto nel buio del fallimento o dell’ignoto.
​Oggi, però, quel meccanismo psicologico si è inceppato. La frustrazione della tifoseria rossoblù ha superato il livello di guardia, trasformando la prudenza in rassegnazione e la stabilità in stagnazione. I tifosi del Cosenza non hanno più paura dell’ignoto, che sia canadese, arabo, milanese, modenese, umbro, al contrario, lo invocano. Il “vecchio” non è più un rifugio sicuro, ma una gabbia trasparente che ribadisce, stagione dopo stagione, lo stesso identico copione di sofferenza. Davanti a questo scenario, il rischio non spaventa più: diventa l’unica via d’uscita rimasta per rivendicare il diritto a sognare qualcosa di diverso, anzi normale.
​In questo contesto di logoramento psicologico e calcistico, la celebre massima andreottiana viene completamente ribaltata. Se il Divo Giulio sentenziava che il potere logora chi non ce l’ha, all’ombra del San Vito Marulla la verità è un’altra: il tempo logora chi non ce l’ha.
​Il tempo della pazienza, il tempo dei progetti mai esistiti, il tempo di un’attesa che sembra non portare mai a una reale ambizione: è questo il tempo che manca ai tifosi e che, scorrendo sempre uguale, sta logorando la piazza.
​Non è più il momento di calcolare cosa si lascia, perché ciò che si lascia è ormai sbiadito, superato. Resta solo la voglia di scoprire cosa si prende, a qualunque costo.