Skip to main content

Dopo le innumerevoli vicissitudini, che hanno investito noi tifosi rossoblu, trovarne simili altrove, è operazione molto complessa. Ne abbiamo passate di ogni. Calpestati, presi in giro, senza aver fatto nulla. Anzi, abbiamo avuto la colpa, si fa per dire, di cercare a tratti, persino il dialogo con la proprietà, ma ci è ritornato tutto indietro e contro. Eppure il calcio è dialogo, confronto, condivisione, progetto, organizzazione, investimento, identità e territorio. Tutti elementi mai visti a Cosenza e usati dalla società solo come vetrina, come spot, come propaganda. Ma per chi ci hanno presi, per elettori???
I 15 anni di Guarascismo, impoveriti dal sisma del decimo grado della scala Rita (Scalise), hanno trasformato noi tifosi. Litigi, divisioni, tra la cultura del sospetto e quella del nascosto interesse. Ma, se ci si ferma un attimo, siamo solo tifosi, appassionati, cresciuti nel Cosenza e col Cosenza e quando la nostra vita rossoblu viene deviata, violentata, il senso di lotta, di protezione si fanno vivi e comportano qualche effetto collaterale.
Noi tifosi del Cosenza siamo diventati come i ratti di Richter in uno storico esperimento.
Lo psicobiologo statunitense Curt Richter condusse un esperimento inquietante per certi aspetti, che cambiò il modo di capire la speranza. Prese un gruppo di ratti e li mise dentro grandi recipienti di vetro pieni d’acqua. Le pareti erano lisce, troppo alte per arrampicarsi e senza alcun punto d’appoggio. I ratti potevano fare una sola cosa: nuotare. Si doveva calcolare il tempo di resistenza, prima della resa dei topi per sfinimento. In media smettevano di lottare dopo circa 15 minuti, si arrendevano semplicemente.
A quel punto, Richter decideva di fare qualcosa di diverso. In un secondo esperimento, poco prima che i ratti annegassero, li tirava fuori dall’acqua, li asciugava e li lasciava riposare per qualche minuto, per poi rimetterli in acqua.
Il risultato fu incredibile. I topi riuscirono a stare in acqua ancora per moltissimo tempo, per ore e ore, fino a 80 ore addirittura! Perché? Non era cambiata la forza, l’acqua o la resistenza fisica, ma avevano la speranza. Si la speranza di essere ripresi di nuovo e li portava a resistere molto più a lungo.
Ecco, penso a noi tifosi, tra le pareti lisce della nostra passione. Quando qualcuno crede che non ci sia via d’uscita, ci si arrende in fretta. Ma quando esiste una piccola possibilità, un segnale, allora la speranza del cambiamento diventa una forza straordinaria, che ci porta a sperare che tutto questo incubo finirà, prima o poi.

Antonello Aprile